Tumori: “territorio e ospedale insieme per migliorare l’efficienza”

Wednesday, 22 July, 2020

Roma, 22 luglio 2020 – Seconda solo alla Spagna fra i 37 Paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), l’Italia vanta un’aspettativa di vita di 83 anni. Ma al Nord si vive 3 anni di più rispetto al Sud, una differenza da ricondurre alla disomogeneità nel rendimento delle risorse equamente distribuite nei 21 sistemi sanitari regionali e alle disuguaglianze socio-economiche a livello territoriale, che la pandemia causata dal Covid-19 sta mettendo ancor più in risalto. Un gap evidente anche nella sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi di tumore, che vede le percentuali più elevate in Valle D’Aosta (64% donne e 61% uomini), Emilia-Romagna (65% donne e 56% uomini) e Toscana (65% donne e 56% uomini). Fanalino di coda invece Sardegna (60% donne e 49% uomini) e Campania (59% donne e 50% uomini). Per ridurre queste discrepanze e affrontare un’eventuale seconda ondata del virus in autunno, il 56% degli oncologi chiede un rinforzo della medicina del territorio e dei servizi domiciliari a supporto dei pazienti. Proprio l’oncologia di prossimità deve essere il cardine della riorganizzazione di un nuovo modello di cura dopo l’emergenza Covid, fondato su una piena integrazione tra i livelli di presa in carico (assistenza domiciliare, medicina generale, specialistica ospedaliera), traendo utili indicazioni dall’esperienza dei PDTA (Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali) e delle reti oncologiche su come gestire la nuova governance e redistribuire i setting di assistenza sul territorio sulla base di un monitoraggio costante del valore di ogni prestazione. L’appello è lanciato oggi in un webinar aperto alla stampa e organizzato da All.Can Italia, coalizione che si propone di ridefinire il paradigma di gestione del cancro, in un’ottica interamente centrata sul paziente.
“Il rafforzamento delle cure territoriali e degli strumenti che favoriscano la prossimità dell’assistenza al malato, così come tracciato dal ‘Decreto Rilancio’, è certamente il principio a cui tendere - spiega la senatrice Emilia Grazia De Biasi, Portavoce di All.Can Italia -. Questa visione va però integrata con proposte concrete, che permettano di realizzare un nuovo rapporto tra ospedale e territorio, valutando la governance dei servizi, la condivisione di competenze tra i diversi professionisti e, soprattutto, il coinvolgimento del paziente nella nuova rete di cure. Costruire un’oncologia di prossimità non equivale semplicemente a trasferire sul territorio prestazioni oggi erogate in ambito ospedaliero: ogni servizio deve essere commisurato al valore personale della singola prestazione. In questo modo il paziente diventa il metro di misura dell’efficacia degli adattamenti organizzativi, anche in considerazione dell’elevata specificità che contraddistingue ciascuna delle patologie oncologiche”. 
In Italia, nel 2019, i nuovi casi di cancro sono stati 371mila e i tumori sono sempre più malattie croniche. “Nel nostro Paese, il 22,3% della popolazione ha più di 65 anni e ha un’aspettativa di vita di ulteriori 18 anni – afferma Mattia Altini, Direttore Sanitario dell'AUSL della Romagna e Presidente della Società Italiana di Leadership e Management in Medicina (SIMM) -. Il 32% degli over 65 è colpito da una malattia cronica, il 17% da due o più. Le disuguaglianze socio economiche tra i 21 sistemi regionali italiani determinano un’aspettativa di vita al Nord maggiore di 3 anni rispetto al Sud, con uno scarto di un quinquennio nel caso delle persone con maggiore istruzione. Il medico di medicina generale rappresenta un elemento fondamentale e strategico del Servizio Sanitario Nazionale: è il primo punto di contatto del cittadino con il sistema e lo snodo nella presa in carico continuativa del paziente. È fondamentale indirizzare le scelte per innalzare il rendimento delle risorse in un contesto di bisogni crescenti e illimitati, per offrire un servizio di valore più elevato”. “Dobbiamo avviare una revisione organizzativa della medicina che preveda una maggiore integrazione tra i servizi ospedalieri e quelli territoriali – continua Mattia Altini -, soprattutto per le patologie croniche, semplificando la comunicazione e le relazioni tra tutti i soggetti coinvolti (medico di medicina generale, specialista, case manager, paziente, caregiver). E la tecnologia costituisce la leva da manovrare per fare di più con quello che già c’è e garantire il transito delle informazioni in sicurezza. Il 20% dei costi per la cura del cancro, pari a circa 4 miliardi di euro ogni anno in Italia, potrebbe essere risparmiato e reinvestito per migliorare l’efficienza complessiva del sistema e una delle vie da seguire è rappresentata proprio dall’oncologia di prossimità. Il Servizio Sanitario può e deve mettere a valore i dati a sua disposizione e accrescere la qualità dei processi per offrire risposte ai bisogni di cura e assistenza e costruire una società più sana”.
“La delocalizzazione di alcune prestazioni a bassa complessità dal punto di vista clinico, ma ad alto impatto per la qualità della vita del paziente (prelievi ematici periodici, erogazione delle terapie orali o sottocutanee, visite di follow-up) - sottolinea Domenico Crisarà, Vice Segretario Nazionale FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) - potrebbe favorire al contempo un’allocazione più efficiente delle risorse ed un più elevato grado di soddisfazione da parte del paziente, ad esempio con la definizione di punti di accesso nelle reti oncologiche regionali come prima presa in carico. La diffusione sul territorio di alcune prestazioni rende comunque necessaria una chiara governance di tutto il percorso di cura. Il dipartimento ospedaliero o dell’azienda sanitaria può rimanere il fulcro di verifica e controllo ma non l’unico centro di erogazione delle cure. Per questo è essenziale l’estensione del modello della rete non solo ad altri centri ospedalieri ma anche ai presidi sanitari territoriali o, in ultima analisi, al domicilio dei pazienti”. 
“L’attuale assetto organizzativo delle cure oncologiche concentra nell’ospedale servizi di complessità eterogenea, impedendo una focalizzazione delle risorse sulle prestazioni a più alto valore aggiunto - spiega Gianni Amunni, Direttore Generale dell’Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (ISPRO) -. È importante rendere più flessibile e aperta l’organizzazione e ridefinire le funzioni specialistiche proprie dell’ospedale, come dimostrato dall’emergenza Covid-19. Il nuovo modello dell’oncologia di prossimità rafforza anche il concetto di multidisciplinarietà e multiprofessionalità, che contraddistingue le reti oncologiche. I medici di medicina generale, gli infermieri specializzati, la rete delle cure palliative, gli psico-oncologi e gli operatori sociosanitari assumono una valenza centrale, da sorreggere con un arricchimento del bagaglio di conoscenze e competenze. Anche la digitalizzazione e l’utilizzo delle tecnologie informatiche, parti integranti del processo di innovazione e di semplificazione del percorso del paziente oncologico, richiedono formazione e aggiornamento sia nell’ospedale che nel territorio”.
Il modello di oncologia di prossimità proposto da All.Can risponde a tre principi: umanizzazione, specializzazione e innovazione organizzativa. 
“La flessibilità del percorso e l’inserimento di figure professionali specificamente dedicate ad ogni stadio della malattia oncologica sono gli elementi chiave per declinare la prossimità nella sua interezza, intesa anche come supporto umano ed emotivo al paziente e ai familiari – continua Barbara Mangiacavalli, Presidente FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche) -. Inoltre la distribuzione delle prestazioni nelle reti e micro-reti territoriali garantisce la migliore allocazione delle risorse nel quadro di un percorso univoco, individuando la figura professionale più corretta in funzione di ogni step e permettendo di concentrare in ospedale solo le prestazioni a più alta complessità e specialità”.
“È ora più che mai necessario perseguire l’efficientamento di tutti i percorsi di cura, sperimentando l’attuazione del nuovo modello organizzativo, dentro e fuori gli ospedali – conclude Tiziana Frittelli, Presidente Federsanità ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) -. La sperimentazione dovrà avvenire sulla base di un’attenta misurazione dei risparmi di medio e lungo periodo che si determinano grazie al nuovo modello ed alla possibilità di garantire il più alto valore economico, clinico e personale alle risorse, anche attraverso una loro riallocazione e redistribuzione tra le diverse componenti”.
FONTE: ALL.CAN